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Viaggio della memoria presso Strasburgo, Verdun e Breisach

Progetto FSL: Viaggio della memoria. Alsazia: da luogo di frontiera a luogo di incontro e costruzione di un'Europa unita

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Nella tarda serata di sabato 7 febbraio gli alunni della classe 5J e della classe 5P, 42 studenti e studentesse del Liceo “A. Serpieri”, sono rientrati dal loro viaggio della memoria presso Strasburgo, Verdun e Breisach e si sono salutati sul piazzale della scuola. L’atmosfera all’interno del pullman era carica di emozioni e di ricordi, ciascuno dei partecipanti a questa esperienza, dagli studenti e studentesse alle insegnanti ed alle guide di Istoreco, sapevano che a breve sarebbero tornati alla loro quotidianità, ma con una consapevolezza differente rispetto ai temi che sono stati affrontati prendendo contatto con luoghi che trasudano storie, a cui hanno dedicato tutto il loro tempo e la loro attenzione in questa settimana, per loro così speciale, dell’ultimo anno di liceo. Chi scrive ha ritenuto di lasciare che siano le riflessioni degli studenti e delle studentesse a regalarci un breve resoconto di questa esperienza.

Martedì 3 febbraio, dopo circa 8 ore di viaggio, abbiamo visitato la cittadina di Breisach, luogo che, secondo Federico (5J) “è molto importante in quanto ci fa capire come dopo la seconda guerra mondiale si cercò di creare un’unità europea che oggi per certi versi si cerca ancora”. Il giorno seguente abbiamo lasciato l’hotel per recarci al museo di arte moderna e contemporanea, che ha suscitato in Clarisa (5P) la seguente riflessione: “Questa mattina abbiamo visitato il Museo d’arte moderna e contemporanea di Strasburgo, ad accompagnarci una guida che ci ha mostrato come l’arte possa descrivere il continuo divenire della nostra società. Pur non avendo studiato storia dell’arte a scuola, ho capito che essa parla davvero al cuore delle persone. Ogni sua forma (fotografia, pittura, scultura) possiede un linguaggio unico, un modo di dialogare con noi, offrendo interpretazioni diverse della stessa cosa”. La giornata è proseguita con la visita al centro storico di Strasburgo, di cui Tommaso (5P) coglie perfettamente l’essenza quando sostiene che “fin dai primi momenti, chi si appresta a visitare la città di Strasburgo, inizia a percepire un’atmosfera particolare. Questa atmosfera è data dal costante dualismo di elementi francesi e tedeschi, che rendono la città speciale”. Quindi, sempre Tommaso, ci ricorda che “gli alsaziani, tra il 1870 e il 1914, hanno cambiato cittadinanza per ben 5 volte” e ciò lo ha spinto a chiedersi “cosa significhi realmente far parte di un determinato luogo” sapendo che non si tratta di “una mera questione di confini che cambiano, ma si tratta di persone, famiglie, di vite che sono costrette a ridefinire la loro identità”. Tommaso sostiene che ha cercato di mettersi “nei panni di un alsaziano del 1870, magari nato francese, in seguito divenuto tedesco, poi di nuovo francese, senza aver mai cambiato casa, quartiere, amicizie, relazioni”. E immagina che “sia stato veramente destabilizzante e frustrante sentirsi tirati da una parte e dall’altra, senza riconoscersi in nessuna di esse”. D’altra parte  Alessandra (5J) è rimasta colpita proprio dalMonument aux Morts che si trova in Place de la République, del quale ci ricorda che “rappresenta una madre che regge in braccio due figli, uno rappresentante la Germania (che guarda verso quest’ultima) e l’altro la Francia (che guarda verso Strasburgo); la statua non riguarda né i caduti francesi né quelli tedeschi, ma piange entrambi indistintamente, e tale unione e solidarietà é anch’essa rappresentazione di un luogo, l’Alsazia, che mescola per cultura, lingua e storia due grandi nazioni”. Altri sono rimasti colpiti dalla bellezza straordinaria della cattedrale della città europea, che rapisce lo sguardo di giorno e affascina di notte con le sue guglie illuminate, o sono rimasti incantati di fronte all’orologio astronomico che si trova al suo interno e non può che destare meraviglia per la sapienza e l’ingegno con cui è stato progettato e realizzato in età rinascimentale. Mercoledì siamo partiti alle prime ore del mattino per raggiungere il memoriale di Verdun dove Luca (5J) è rimasto colpito “da una scultura di terracotta che ritraeva un soldato nello sforzo disperato di soccorrere un suo commilitone: in particolare, i loro corpi non si distinguevano dal terreno, come se i due uomini fossero stati inghiottiti dal fango”. Quindi ha aggiunto: “Questo dettaglio mi ha fatto riflettere sulla disumanizzazione nelle trincee, dove le persone perdevano la loro identità diventando letteralmente un tutt’uno con il fango in cui vivevano e morivano. Credo che questo messaggio sia urgente anche per noi oggi. Spesso ci illudiamo che la guerra contemporanea sia diventata “intelligente”, fatta di droni e tecnologie precise, ma le immagini che arrivano dai conflitti recenti, come in Ucraina, ci smentiscono brutalmente.Vediamo ancora uomini costretti a vivere e morire in buche nel terreno, al freddo, ridotti a numeri sacrificabili per conquistare pochi metri di suolo”. E rispetto alla successiva visita alle trincee della prima guerra mondiale Tommaso (5J) sostiene quanto segue: “Percorrere quel labirinto di terra mi ha permesso di avvicinarmi alla realtà vissuta dai soldati, immaginando la costante tensione, il freddo, il fango e la paura che dovevano sopportare. La stretta vicinanza delle postazioni ha reso palpabile l’orrore della vita di trincea, un’esperienza che va oltre la semplice lettura di un libro di storia o della visione di un film”. La mattina seguente avevamo in programma la visita della sede del Parlamento europeo e, una volta entrati nell’emiciclo, Roman (5P) ha pensato che lì “si decidono le sorti di milioni di cittadini europei” ed ha scritto quanto segue: “mi sono sentito parte di qualcosa di più grande. Per me, come ucraino, questa esperienza ha avuto un significato particolare: osservare quei seggi vuoti, sapendo che in futuro molto probabilmente potrebbero essere occupati anche da rappresentanti del mio paese, mi ha riempito di speranza”. Dopo un pranzo fugace, abbiamo lasciato il quartiere europeo di Strasburgo, dove siamo riusciti ad incontrare le prime cicogne, simbolo della città, appena tornate dalle loro rotte migratorie, per recarci a Schirmech, di cui abbiamo visitato il memoriale. Questa volta è Giulia (5J) a cogliere la drammaticità della situazione in cui “si sono ritrovati i giovani alsaziani e mosellani, obbligati ad arruolarsi nell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale”. Giulia, quindi fa la seguente riflessione: “Il concetto di scelta, che oggi diamo per scontato, viene totalmente annullato dall’avvento della guerra. Infatti, ciò che appariva come una scelta, molto spesso era il risultato di veri e propri ricatti mascherati imposti dalle autorità; il rifiuto significava esporre se stessi e la propria famiglia a gravi conseguenze, come la deportazione e il carcere. Questo luogo fa capire come, quando dominano la violenza e la paura, l’identità e la coscienza delle persone vengano piegate, portandole a svolgere azioni che non avrebbero mai compiuto in una situazione normale”. Il giorno dopo il nostro viaggio si è concluso con la visita dell’ex campo di concentramento e sterminio di Natweiler-Struthof, allestito sul versante di una collina, che prima della guerra era un suggestivo luogo di villeggiatura. Federico (5J) descrive come segue lo svolgersi di quella visita: “Arrivando a Natzweiler-Struthof ho sentito che la giornata non sarebbe finita come le altre.

E io, onestamente, non sapevo dove mettere le mani, lo sguardo, perfino i pensieri. Mi sono sentito piccolo, e mi sono chiesto che diritto ho io di tornare alla normalità. Nel campo la parola “macchina” non è una figura: è un modo di funzionare, freddo e ripetibile. Ogni cosa sembra fatta per togliere nome, tempo, voce, e farlo sembrare normale. Poi i forni. Una stanza chiusa, un odore spento, di muro freddo e aria vecchia, il metallo immobile. Non c’era bisogno di immaginare. Non c’era bisogno di aggiungere niente. Era lì, e io ero lì. Davanti a quell’oggetto ho pensato ai deportati, alle vittime inermi, agli ebrei: cancellati due volte, nel corpo e nel nome. Mi è sembrato di guardare una firma definitiva, come se il male avesse il timbro di un ufficio. E ho capito che lo shock non è un lampo: è una cosa che resta e lavora dentro. Resta quando esci, resta quando ridi, resta quando ti distrai e poi ti torna addosso all’improvviso. Per questo sto scrivendo subito, anche se sono stanco: ho paura di rendere tutto più leggero con il trascorrere dei giorni. La memoria non è solo emozione: è attenzione, è linguaggio, è non lasciare spazio all’indifferenza. Sul bus, nel buio, guardavo le mani rigide, come se non riuscissi a scaldarle e mi sono promesso una cosa semplice: non usare queste parole per fare effetto, ma per non dimenticare davvero”.